Maria Assunta
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Un’insolita domenica “A Pallone”…

In una domenica di aprile che ha ancora il fresco sapore dell’inverno silano, ci dirigiamo verso contrada Pallone, a Marzi. Lì ci aspetta Francesca insieme alla sua famiglia, i Garofalo. Francesca quasi trentenne o giù di lì, cresciuta in quest’azienda, mi ha sorpreso perciò voglio subito chiarirmi un dubbio…

Tu hai contattato Giovanni, una guida escursionistica, per fare una passeggiata nel terreno di proprietà della tua famiglia dove quotidianamente svolgete tutte le vostre attività agricole? Perché?

Ho partecipato ad altre escursioni guidate da Giovanni ed ho capito quanto sia importante il legame con la natura. Ho provato emozioni difficili da esprimere, ma che mi hanno lasciato un senso di benessere. Perciò il mio obiettivo è che la mia famiglia faccia questo tipo di esperienza e colga il benessere che ho colto io e poi credo che anche noi che abitiamo e viviamo in natura non dobbiamo dimenticare che la natura ha sempre qualcosa da offrirci.

E quindi immagini che questa giornata sia un piccolo seme?

Si, esatto! Io vorrei ricordare loro che abitare in questi luoghi, spesso disagiati per via delle infrastrutture, non deve essere considerata una maledizione, bensì un privilegio perché ci mette nella condizione di intessere relazioni e benefici per tutto il territorio, considerato che ci troviamo a metà tra il Savuto ed il Reventino.

Francesca, tu hai due figli in tenera età. In virtù di quello che mi hai detto finora, come vedi la prospettiva di vita dei tuoi figli…

Le nuove generazioni si affacciano su un mondo che tende a seguire degli schemi piuttosto che vivere delle sensazioni che fin da piccoli ci accompagnano. Io mi auguro che i bambini, compresi i miei figli, possano entrare il più possibile in contatto con la natura, possano cogliere la passione in questi luoghi e magari un domani farne una professione.

Durante l’escursione nel castagneto, vedo volti sereni, ma anche curiosi, intenti ad interpretare quello che la loro esperienza gli fornisce con quello che Giovanni racconta. Come fa Pietro, il papà di Francesca che lascia parlare Giovanni della bellezza delle caratteristiche e della “funzionalità” dell’asfodelo e poi quasi a bassa voce con discrezione mi dice:

In dialetto, lo chiamiamo “purrazzu”. Quando ero un ragazzo, avevamo le mandrie e mia madre mi mandava a raccogliere queste foglie. Le usavamo per avvolgere le ricotte da portare ai mercati. Le legavamo insieme a formare quasi un uovo di pasqua. Questa confezione manteneva fresche le ricotte e le foglie trasferivano al formaggio anche i loro aromi.

Ma per il trasporto non potevate utilizzare le “fuscelle”?

Le “fuscelle” erano troppo preziose per chi faceva l’allevatore. Non potevamo rischiare di dimenticarle, pertanto erano un mezzo di trasporto comodo e funzionale.

Sono curiosa però di capire se l’esperimento di Francesca ha preso piede e siccome già durante l’escursione Giovanni mi fa osservare quanto zio Pino sia in sintonia con i nostri temi, voglio fare due chiacchiere anche con lui approfittando della sua cordialità e benevolenza

Siamo qui oggi perché diamo significato all’idea di creare, ricreare e rivalorizzare un certo rapporto dell’uomo con la natura. Io ti ho sentito parlare dell’egoismo dell’uomo verso la natura. Mi spieghi meglio cosa intendi?

Nel corso dell’evoluzione l’egoismo dell’uomo ha portato a tutti i mali perché è il fondamento della cattiveria. Dall’egoismo, come forma di prevaricazione dell’uno sull’altro, nascono le guerre, le rivalità, le competizioni sciocche e tutto quanto c’è di negativo. A livello naturale, l’egoismo dell’uomo è quella cecità che non lo porta a considerare le conseguenze delle sue azioni, è quella superficialità che non lo spinge alla riflessione.

Forse questo sentirsi al centro dell’universo da parte dell’uomo lo porta ad agire in maniera non congrua rispetto a quelle che sono le esigenze della natura…

Esattamente. Perché io non credo che abbiamo a nostra personale disposizione tutto il creato. Dobbiamo avere, invece, il dovere di riflettere di più su come ci muoviamo, su cosa facciamo e pensare di rispettare tutti gli altri viventi del pianeta.

Se l’uomo perdesse l’idea di questa superiorità e considerasse gli altri essere viventi alla pari, probabilmente si formerebbe una squadra più funzionante. E poi, perdere queste posizioni per l’uomo sarebbe anche sufficientemente vantaggioso…

Sicuramente vantaggioso. È la vita! Avere rispetto di tutto ciò che è il creato significa avere rispetto per sé stessi e per le future generazioni e questo ci porta ad agire in maniera onesta e consapevole nei confronti degli altri viventi.

La svolta, quindi, è nella presa di coscienza che ci porta verso una direzione diversa?

Certamente. La direzione è quella dell’equilibrio tra i viventi. Quella dell’ordine che è semplicemente avere consapevolezza di ciò che si può fare e di dove si può arrivare e di non superare certi limiti.

Si deve avere consapevolezza del proprio posto nel mondo…

Esatto.

Il tuo posto nel mondo è qui, in questa azienda?

Si, ci sono da 42 anni e quindi la mia patria è contrada Pallone.

Raccontaci un po’ della tua avventura a contrada Pallone.

Lavoravo nel campo turistico ed alberghiero in Sila. Dopo il matrimonio con mia moglie che è di Pallone ho deciso di cambiare totalmente attività. Mi sono trasferito ed ho iniziato quella che oggi è l’azienda di conserve agroalimentari Scalzo, dal 1973.

La soddisfazione più grande che ti ha dato questa azienda e che continua a darti?

Sicuramente il fatto che i miei tre figli sono, qui, lavorano e vivono qui e non si siano dovuti sottomettere ai longobardi, come chiamo scherzosamente quelli del nord e poi il fatto che vedo la mia famiglia, fino ad oggi, perfettamente unita, compatta, armoniosa. Vedo amore e non posso che essere felice!

Non puoi che fermarti dove vedi amore. E per noi è stato così, oggi, perché ci avete accolto con tanto amore, con tanta passione, ma anche con quell’apertura che supera tutti gli egoismi di cui abbiamo detto. Un pensiero per il futuro, per i giovani…

Ai giovani bisogna dare spazio, ma soprattutto l’esempio della cordialità, del ragionamento, dell’umiltà a tutti i livelli ad iniziare da quello familiare. Abbiamo il dovere di lasciare ai giovani quella sincerità e quell’apertura che gli appartiene, di coltivarla e custodirla senza farla cadere nei facili egoismi che portano a delusioni e a chiusura.

Se ci fosse una società giusta loro avrebbero la possibilità di coltivare e mantenere questa loro sincerità. È un po’ utopico ma sarebbe naturale…

La chiacchiera ci asciuga le bocche, ma ci pensa Pietro che ci ha riservato una sorpresa favolosa: il “perciavutta”, il rito dell’apertura della botte.

Ci fa entrare in un mausoleo di infinita bellezza. Sulle canne al soffitto, pendono i salami che sembrano fare a gara nel dire “scegli me”. È un ballo, una gara, ma chi non vince oggi vincerà domani perché sono tutti perfetti. Tutti intorno le botti accasate. Stanno lì da anni a custodire questa bevanda quasi mistica delle nostre tavole. In questa sacrestia pagana, Pietro si veste degli abiti della cerimonia e gli onori sono tutti per noi e per Bacco. Nei gesti di Pietro la sicurezza dell’esperienza e la perizia dell’inventore: mi dice che artigianalmente ha costruito sia lo strumento per mettere che quello per estrarre il tappo. Aspettiamo tutti di vedere ed assaporare un vino che quando gustiamo è un tripudio per il palato. Fresco gustoso e pieno di sapori e ricordi di un uomo che non ha perso anzi custodisce i riti semplici di una vita che sembra estranea invece ci appartiene in totalità.

Dopo un pranzo luculliano e genuino al sapore di terra, alla terra torniamo perché da là veniamo, ognuno di noi! Ed incontriamo Franco. Gli faccio un cenno, lui si avvicina con la circospezione di chi è abituato a cedere il passo non a prenderlo e gli rivolgo la prima cosa che mi viene naturale.

Mi dicono che tu sei il contadino della famiglia. Per me il contadino è il medico della terra, colui che la sa curare, salvaguardare. È quello che sa prendersene cura. Tu che fai, qui, in questa terra?

Faccio quello che fa ogni contadino. Mi prendo cura della terra e lei mi dà un po’ di tutto: ortaggi, castagne, patate. Da quando sono in pensione mi occupo della terra. Faccio i pomodori anche per le conserve per me ed i figli. Allevo i maiali, per fare buoni salumi, polli, conigli.

Una volta era normale fare questa vita oggi siamo abituati ad andare a comprare dal fruttivendolo qui invece ancora il tempo si è fermato.

Un po’ si. Facciamo quello che possiamo per mandare avanti le nostre famiglie. Io mi occupo anche della potatura degli alberi e questo mi consente di capire un pochino anche il loro mondo.

Qual è il tuo rapporto con la terra?

È la mia vita e, finché avrò forza, farò questo.

Una domenica in famiglia, perché la condivisione non conosce estranei!