Maria Assunta
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La casa che piange

Presentazione libro Di Marco Ciconte.

Un racconto a tutto tondo quello di Marco. Non è la storia di un triangolo amoroso. È il racconto di amicizie pure, ancestrali, “doverose”…

Rocco, Livia e Nanà sono delimitati in perimetri psicologici chiari, distinti e netti. Si muovono nella trama con la tecnica dei ballerini. È tutto scritto per loro, anche se la vita continuerà a fare il suo corso…

Rocco non è sbagliato. Sbaglia. Ed è quasi certamente questo tratto che lo rende piacevolissimo. Perché, in un gioco ideale delle parti, si desidera essere dalla sua, sbagliare insieme a lui. Ti cattura Rocco, impavido nel suo tirarsi indietro e forte nel saper stringere nelle sue mani la corda dell’aquilone delle vite di Livia e Nanà. Piace Rocco perché in lui c’è ognuno di noi con le sue debolezze ed i suoi aneliti. È empatico Rocco, ma non con sé stesso. Non è un debole, rimanda la sua vita, come se volesse attraverso la sua scrivere quella degli altri. In questa sua apparente vita sciapa c’è però il processo per eccellenza: la crescita dell’uomo in una continua ricerca del sé più autentico e vero.

Livia è sopra le righe. Sempre. Anche sopra le righe delle confuse emozioni di Rocco. Algida e quasi calcolatrice, diabolica e con quel non so che di manipolatrice e con la tendenza ad imporre il proprio punto di vista, ma adorabile, assecondabile in questa sua propensione ad affermare sé stessa.

Nanà involve nella storia. Perde sé stessa, la sua ricerca, la sua determinazione e la trova nella relazione con il marito Riccardo, forse scelto inconsapevolmente, forse mascherato da una serata con amici.

L’intreccio di questi tre mondi vicini e lontani, delineati e contrapposti danno vita ad una storia in continuo movimento anche geografico (i personaggi si muovono per l’Italia) che trova il suo topos nella Calabria e nella casa al mare. Il tema del topos, come fattore culturale ed atavico, quasi ancestrale per noi meridionali, per questo popolo “restante” che invece “deve” quasi necessariamente andare, partire è la celebrazione intima della festa del ritorno che richiama a quella voglia matta di ritornare a casa, quella “vera”. Non c’è altra casa se non quella che ci attende in Calabria. La Calabria, tra mari e monti, è vera. Tutto il resto è finto e costruito, è momentaneo e accessorio. Perché poi chi resta e chi torna sono accomunati da un dovere, che è quello di proteggere e rigenerare radicalmente il proprio luogo. Così partire lascia la strada a quel senso dell’essere spaesati, ma restare diventa un dictat per cambiare le cose e le regole.

E questa protezione diventa una missione perché si lega in maniera irrimediabile ed inevitabile al nostro sogno, ai nostri luoghi, che abbiamo la fortuna di abitare. In particolare le aree interne che sono tali perché intime. Sono protette dalla loro stessa posizione di nascita. A noi basta veramente poco per unirci a questa bellezza. Basterebbe la consapevolezza che la nostra terra è la Calabria intera e che “basta togliere la crosta… e poi scendere laddove sono scritti a matita i confini della nostra anima.” (Felice Foresta).

Allora dobbiamo togliere quella crosta e “rigenerare” la “ferita” per guarirla ed allargare quei confini dell’anima che se sono scritti a matita, non sono indelebili e quindi li possiamo estendere senza offenderli e senza conservarne il restringimento.

Ecco perché laddove c’è una crepa, io intravedo la luce!