Maria Assunta
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Intervista a Carmine Lupia

È una domenica di inizio inverno, non fa freddissimo, ma l’umidità della sera ci costringe a rifugiarci in un angolino della sede/museo di Fili Meridiani che ospita noi e Carmine a Pallagorio in occasione di un suo intervento in un confronto aperto per la valorizzazione di una cascata nel territorio del comune arbëreshe.

Mentre Carmine parla ho l’impressione che abbia già risposto a molte domande che io avevo pensato di porgli, ma poi, quando te lo ritrovi davanti e puoi approfittare della sua disponibilità, approfitti…

Carmine, tu sei un esperto botanico che si occupa della tutela della biodiversità e della promozione delle risorse ambientali e paesaggistiche del suo/nostro territorio e questo suo lavoro è indirizzato alla valorizzazione dello stesso, ma che significa per te valorizzare il territorio calabrese?

Per me, valorizzare il territorio calabrese significa innanzitutto conoscerlo, per apprezzarlo, amarlo, tutelarlo. La valorizzazione non è altro che un processo, come sempre dico, che trasforma la marginalità in tipicità.

La Riserva Naturale Regionale delle Valli Cupe deve tanto a Carmine Lupia quanto a visibilità e in termini di una cultura della fruibilità del territorio. Ma cosa, invece, deve Carmine Lupia alla Riserva Naturale Regionale delle Valli Cupe?

Devo sicuramente il fatto di aver vissuto un’esperienza e di aver potuto in qualche modo dimostrare a me stesso, ma anche all’intero territorio che si possono valorizzare quei luoghi che, in questo caso specifico, venivano considerati dei burroni ed adesso sono diventati dei canyons, delle cascate ed addirittura tutta l’area è diventata riserva, istituita con una legge in Calabria. Direi che avere partecipato a questo processo mi fa ribadire come dicevo prima che si è trattato di un’esperienza meravigliosa che spero possa avere un futuro. Dopo vent’anni quest’avventura per me si è interrotta, sicuramente perché era arrivato il tempo di andare via: ritengo che la saggezza sta nel comprendere quando bisogna lasciare una cosa e prendere un’altra via, quindi lasciare la direzione della riserva per me è stato un’azione coraggiosa. Sono andato via con la soddisfazione di aver fatto una cosa per la Calabria, a testa alta e con dignità!

La possiamo considerare un modello, tu la ritieni un modello?

Si è stata considerata un modello. Un modello che andrebbe rivisto, passibile di qualche rifinitura.

E veniamo alla tua ultima – solo in termini temporali – creatura: il Cammino Basiliano. “Camminare in Calabria è una scelta culturale, spirituale ed ecologica” – leggo dal sito – e mi colpisce molto perché tra le motivazioni che invogliamo a intraprendere questo cammino mi sembra ci sia dietro un vero toccasana psicofisico per il visitatore. Camminare per Carmine Lupia invece, che cosa rappresenta e cosa significa?

Camminare è conoscere il territorio, la Calabria, la cultura, la storia, l’ambiente ed è anche conoscere se stessi. Camminare in Calabria, per me, è camminare tra l’Oriente e l’Occidente, è camminare tra cielo e mare, terra, ma anche sulle foreste, sulla storia delle nostre foreste.

Da poco sei il direttore del primo Conservatorio di Etnobotanica d’Italia. Intanto congratulazioni e poi cos’è un Conservatorio di Etnobotanica?

Un conservatorio non è altro che un centro di studi e di ricerca dove si studiano le specie botaniche però in relazione con l’uomo. C’è un erbario, come un vero e proprio centro di studi botanici, una xiloteca, una  spermoteca, una gemmoteca e poi c’è un aspetto che attiene alla cultura delle piante, quindi i laboratori che utilizzano le piante nella fitoalimurgia, quindi nell’alimentazione, nella colorazione dei tessuti, nella realizzazione di artigianato, ma anche lo studio dal punto di vista antropologico e pedagogico delle piante, cioè quello che le piante rappresentano per l’uomo dal punto di vista sociologico, per le credenze, per tutto quello che sono i riti e poi anche dal punto di vista medicinale ed officinale.

Voglio equiparare allora il Conservatorio al Cammino intendendolo come un ulteriore “segreto” per vivere in equilibrio con la natura, visto che esso ci può dare la possibilità di sperimentare come l’esperienza che viene dalla natura si possa ancora mettere al servizio di un uomo distratto da una società liquida, veloce, che capovolge i termini di ogni dialettica. Allora ti chiedo, qual è il primo passo che l’uomo deve fare per acquisire consapevolezza del fatto che non dirige le dinamiche naturali?

Il Conservatorio ed il Cammino Basiliano hanno in comune la presenza di tradizione e innovazione. Perciò l’uomo attraverso la tradizione e l’approfondimento di essa con un occhio innovativo, acquisisce la consapevolezza che non può considerarsi il dominatore, lo sfruttatore o colui che detta delle leggi in termini temporali, ma anche di dominazione. L’uomo deve acquisire la consapevolezza che è un custode della natura. E questa non è una visione antropocentrica però io, da cristiano, dico che quando Dio creò tutto, si compiacque del fatto di aver creato l’uomo e lo mette al di sopra di tutto il creato, ma non perché sia superiore, bensì per avere la responsabilità della creazione del Padre Eterno.

L’etnobotanica è più “simpatica” – passami il termine – della botanica…

Ma lo sai che lo penso anche io…

Mi fa piacere e ti dico anche il perché: mi da una spinta emotiva, una carica emozionale, perché la leggo in termini di dinamiche sociologiche, antropologiche, di cultura materiale ed immateriale… mi racconti, se hai qualche curiosità in merito…

L’etnobotanica, è vero, è più simpatica perché è botanica più umanità. C’è l’umanesimo nell’etnobotanica. Quindi essa contiene l’aspetto culturale e quello spirituale. E non si occupa dello sfruttamento delle piante, ma del rapporto dell’uomo con esse ed allo stesso tempo di quel rapporto che serve alle piante affinché possano essere protette. C’è un aspetto che da poco io inserito nell’etnobotanica con il gruppo di ricerca e si estende anche alla protezione di piante che non hanno alcuna utilità nei termini dell’utilizzo da parte dell’uomo, ma vengono tutelate con l’etnobotanica. Questo perché l’etnobotanica ha mutuato dal mito delle credenze, delle leggende per salvaguardare delle piante dell’ecosistema. Faccio un esempio: il platano orientale. Questa pianta in Sud Italia è poco diffusa, ma siamo la parte più occidentale di questo areale che si estende fino all’Afghanistan. C’è da dire che però quello che si dice in Afghanistan e quello che si dice in Calabria è la stessa cosa e cioè che è una pianta che non si deve tagliare perché altrimenti si può diventare sordi. Se prendiamo in considerazione il fatto che un tempo non c’era la direttiva habitat, ci accorgiamo di come l’etnobotanica già da millenni si era organizzata per proteggere le piante. Ed inoltre, ha in sé la caratteristica di rappresentare una conoscenza ulteriore delle piante perché, superando l’aspetto strettamente botanico e morfologico, va nell’aspetto più interno, quello chimico e biochimico e, nello stesso tempo, entra nell’aspetto spirituale e quindi si avvicina di più all’uomo il quale, conoscendo questo aspetto si innamora delle piante, le tutela e pertanto le valorizza. Così le piante con l’etnobotanica si sono assicurate di perseverare nei secoli, nei millenni.

Grazie a Carmine Lupia per questo bellissimo spaccato che ci ha consentito di entrare nella linfa delle piante con uno “strumento”inaspettato quanto simpatico come l’etnobotanica!